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domenica 16 settembre 2018

Quando la Psicoanalisi parla il politicamente corretto…




"Si può fare anche così", "in linea di massima si contempla anche questa possibilità", "bisogna adeguarsi ai cambiamenti e alle trasformazioni sociali"..."tanto il setting è una questione interna e quindi non importa se disponi un lettino vuoto e dietro il tablet e in questo scenario si parla via skipe"..."certo valutiamo con flessibilità la necessità di adeguarsi alle trasformazioni, che significa valutare le modifiche della psicoanalisi con rigorosità ma non rigidità" (quest'ultima precisazione terminologica va molto di moda!)

Non amo il politicamente corretto e mi viene in mente, riflettendo su quanto sopra,   il pensiero di uno psicoterapeuta che sosteneva: in fondo, (ecco, in fondo!) tutto si muove, ma tutto resta irrimediabilmente fermo. E allora, forse, varrebbe la pena che la psicoanalisi continuasse ad  usare un linguaggio e un pensiero più di scandalo e di inciampo per la contemporaneità, piuttosto che così socialmente omologato.
F. R. Di Mezza

martedì 15 agosto 2017

Con amarezza profonda. Questioni di prospettiva.

-Sono un cretino e sto riprendendo col mio cellulare ultramoderno un mio coetaneo pestato a sangue, forse a morte, e in quel caso il mio video sarà ancora più popolare.  Non so di essere un cretino, perché i cretini appunto non lo sospettano neanche. La morte per me è solo una delle tante cose bidimensionali di una vita che scorre su uno schermo che mi piace tantissimo. Intorno a me altri cretini riprendono col  loro cellulare ultramoderno un nostro coetaneo pestato a sangue, forse a morte e  in quel caso anche il loro video sarà più popolare. Ora bisogna vedere chi riuscirà prima a metterlo in rete. Fine del video e dei pensieri di un cretino tra tanti.

-Sto morendo pestato a sangue sotto gli occhi di alcuni. Aiuto.

-Guardo il padre di  Niccolò Ciatti    che piange di rabbia e dolore. Piango anche io. Mi arrabbio. Sento tutto il dolore.
Mi dissocio ancora una volta da questa orda di cretini, e non solo giovani, che sta gran parte del tempo a riprendere la vita col cellulare per farla vedere in rete. Non nutro speranza nella prognosi di questa cretinaggine virale.

Esiste una faccina che possa rispecchiare questo  orribile modo di vivere, dove non è la mancanza di coraggio, la paura, o lo choc emotivo a farti preferire un video al cellulare piuttosto che un semplice “aiutiamolo, lo stanno uccidendo?”. Una faccina da cretino, ovviamente.

-p.s.  e, per favore, non invochiamo riflessioni teoriche approfondite sul malessere dei nostri tempi. Per una volta facciamoci bastare una secco, essenziale disgusto.

Filomena Rita Di Mezza

sabato 4 febbraio 2017


Leggere. E poi andare a vedere...
 Parigi, le mostre di Giacometti ma, soprattutto,
disperdersi nei pensieri di Jean Jenet !

"Attorno ad esse lo spazio vibra, nulla è più in riposo"



 Una grande opera d'arte sarebbe quella che, risalendo i millenni, sa raggiungere l'immemorabile notte popolata di morti che si riconosceranno in essa...

Solo grandi Autori riescono a far vacillare i pensieri più consolidati su una questione.  Jean Jenet, drammaturgo, poeta, critico parigino, riflettendo sulle statue di Giacometti, inverte la freccia del tempo, che solitamente proietta in avanti la grandezza di un'opera, e ci mostra un loro aspetto inedito . 

"Non mi è chiaro ciò che in arte si designa con il termine di innovatore. Un'opera dovrebbe essere capita dalle generazioni future? Ma perchè? E ciò che significato avrebbe? come potrebbero utilizzarla e a che scopo? Non saprei. Ma so per certo-anche se in modo confuso-che ogni opera d'arte, se vuole attingere la dimensione più alta, deve, con una pazienza ed una applicazione infinite, fin dai primi momenti della sua elaborazione, risalire i millenni, raggiungere, se possibile, l'immemorabile notte popolata di morti che si riconosceranno in quest'opera."


Alberto Giacometti 
PARIGI SENZA FINE
Editrice Morcelliana

sabato 28 novembre 2015

Nuovo viaggio de La compagnia Instabile: sulla rotta della memoria.


“Tutti i pazzi per il Sannio” : Giornata di solidarietà per gli alluvionati sanniti, venerdì 27 novembre ore 20.30 Cinema Teatro Modernissimo.



Lo scenario dell’alluvione nel Sannio retrocede dolcemente.

Il centro della scena è occupato da una barca di carta.  Ricordo cheda bambina era uno dei giochi più comuni. Una volta realizzata la delicata imbarcazione, si correva a metterla sull’acqua, nel mare blu del blu di una bacinella o, complice un adulto, addirittura al lago, quello vero. A ripensarci oggi, indipendentemente dalla tenuta della barca e dalla durata della navigazione, il focus del gioco era l’attimo in cui la si lasciava andare, quella frazione di secondo in cui una cosa tua inizia un viaggio e sebbene quello che avverrà non dipenda più da te, rimane comunque una parte tua che  guardi con fiducia e trepidazione salpare, finché puoi,  finché durerà. L’immagine iniziale di questo nuovo spettacolo de La Compagnia Instabile mi sembra una buona metafora della fragilità, ma anche della preziosità di ogni nuova  impresa, come quella di ripartire dopo  l’alluvione.  Sono ormai diversi anni che scrivo de La Compagnia Instabile, un piccolo-grande  gruppo di navigatori che continua a muoversi decisamente in controcorrente rispetto a quella che anticamente veniva chiamata la nave dei folli.  “La nave dei folli” scriveva Foucault “non era solo un parto di fantasia, ma derivava dalla comune prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare: accadeva spesso che venissero affidati a battellieri… Talvolta i marinai gettavano a terra questi passeggeri scomodi, ancor prima di quanto avevano promesso… Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. Che bello vedere che qualche volta sono i cosiddetti pazzi ad imbarcare persone che vivono uno stato di disagio.



Sto assistendo alle prove e mi trovo imbarcata mio malgrado. In realtà avrei dovuto essere io la  spettatrice, per scrivere queste righe, e loro sulla scena, ma oggi c’è stato un imprevisto (d’altronde il teatro è proprio come la vita) e quindi, eccomi qua, posizionata tra gli attori di fronte ad una scena vuota. Vuota, sì, perché quando ho scritto che il centro della scena è occupato da una barca, stavo solo immaginando! Stavo facendo esattamente quello che ci ha detto di fare il regista: oggi si reciterà solo per ripassare il copione, immaginando tutto quello che ci dovrebbe essere… ma non c’è, la  barca per esempio. (Tranquilli!  Voi, ovviamente, vedrete tutto quello che c’è da vedere, la barca, i bravi attori, i cantanti, secondo i canoni classici di una rappresentazione teatrale, anche se, trattandosi de La Compagnia Instabile, qualche imprevisto è la regola.) La trama è che la Compagnia sta partendo per un nuovo viaggio-teatrale, in un clima di incertezza e confusione sul da farsi. L’andirivieni  che precede la partenza, tra la banchina e la barca, ci riporta facilmente ad una esperienza comune, quella dei nostri viaggi, quando tutti, tipicamente, facciamo avanti e indietro tra stabilità e instabilità, tra le cose solide della vita e quelle che necessitano di fluire, tra la permanenza e l’andare via. Tra l’ordinario e un pizzico di follia. In questi momenti di inevitabile disorientamento è facile che ci venga in aiuto la memoria, vera protagonista di questo Spettacolo, “unica possibilità di mantenere la rotta”, come reciterà il nocchiero. Cos’altro è, infatti, la nostra identità, se non la continuità di noi stessi, in una vita in perenne trasformazione?



Ma la memoria, come scriveva Borges, è “una moneta che non è mai la medesima”, varia in funzione del presente, dell’atmosfera emotiva in cui ricordiamo, e varia anche in funzione delle rotte che ci prefiguriamo. Così, a volte,  è l’idea del futuro che dà slancio alla memoria, in una specie di inversione della freccia del tempo. Per agganciare questo concetto allo Spettacolo, dirò che ho visto i ricordi della Compagnia diventare altra cosa rispetto ai copioni precedenti. Un esempio per tutti. Alle mie spalle riconosco la voce di un’attrice che avevo già apprezzato in precedenti rappresentazioni. Una bella intensità della recitazione, una forza espressiva che immagino arrivi da lontano…mi giro e il ricordo vacilla, l’attrice in un certo senso non è più quella di qualche anno fa: oggi è seduta vicino ad una persona che sembra il suo alter ego. In questo viaggio navigano insieme. L’una bruna, l’altra bionda, l’una energica, l’altra flebile, l’una rema forte, l’altra accarezza la convessità del mare, l’una è una paladina della memoria, l’altra ha una delicata vaghezza…le immagino come un Giano bifronte, un piccolo cammèo di questa imbarcazione.

Il mio diario di bordo conserva diversi momenti toccanti dello Spettacolo, che vi consiglio di non perdere, ma vorrei segnalarvi l’inizio. Si comincerà con il Documentario Vivere alla grande, della Regista sannita Daniela Riccardi, scritto in collaborazione con Beatrice Cecaro e Antonio Mango. La Riccardi, di cui avevo già visto il Documentario su Bill De Blasio, torna a dare rilievo a persone della propria terra di origine. Si legge nella sinossi che in questo lavoro l’occhio della telecamera è puntato su una giornata “di ordinaria follia”, trascorsa nella U.O.C. di Salute mentale, diretta dal Dr. Maurizio Volpe.  La bella realizzazione è attraversata da un filo di profonda leggerezza, che non è facile tessere per chi entri in contatto con la sofferenza psichica, perché si è sempre a rischio di essere o eccessivamente sentimentali o difensivamente distaccati. Qui, invece, ci si commuove e si riflette tenuti dall’uso sapiente della telecamera che, come vedrete, ad un certo punto passa dalle mani della regìa a quelle di un paziente, con una naturalezza che mi ha colpito. Credo infatti che sia un raro pregio saper documentare la realtà, muovendosi dentro con una presenza lieve. Dalla bidimensionalità dello schermo su cui è proiettato il Documentario, al tutto tondo del Teatro… grazie alla bravura della regista si crea un curioso effetto ottico:


 pare che le figure si stacchino dallo schermo del cinema per  prendere corpo sulla scena, ad un passo da noi, senza soluzione di continuità.

Ad un certo punto delle riprese, la Riccardi si sofferma intuitivamente su un primo piano del  Dr. Volpe che parla della tenerezza, quale atmosfera prevalente nel lavoro con i pazienti. Scriveva Eugenio Gaburri, uno dei più noti psicoanalisti italiani: “La nozione di corrente di tenerezza introdotta da Freud non ha trovato molto spazio nella riflessione…invece essa è di fondamentale importanza per la vita psichica…essa è gratuita: un rapimento intenerito dinanzi alla diversità dell’altro”.
“…battiam battiam le mani…”: arriva La Compagnia Instabile.

(le foto sono di L.Fiorillo)

Filomena Rita Di Mezza

sabato 23 maggio 2015

martedì 5 maggio 2015









Una singolare frontiera nel mio paese

L’anima di un paese traccia geografie singolari, trasforma una mappa in territorio, ne svela ricchezze delicate…
Da diversi anni, nell’ andare e tornare dallo studio, attraverso una  singolare frontiera,  vigilata con zelo da un uomo di circa trent’anni, dall’aspetto e dalla sostanza di un bambinone. La sua postazione è  dietro la grata del cortile, in piedi, oppure seduto sulla panchina antistante l’abitazione. Col tempo, il rituale di passaggio si é caratterizzato in questo modo: d’estate, spostandomi  in bicicletta, ci scambiamo sei rapide battute, “ dove vai?” “ allo studio” e “dov’ è”? “ più avanti” “ ciao” “ ciao”.  D’inverno, invece, passando la frontiera in auto, io mi limito ad alzare la mano in segno di saluto e C. fa altrettanto, entrambi complici di quel singolare legame che scandisce, delicatamente, un pezzo della quotidianità. Le frontiere sono un’esigenza psichica ineliminabile, regolano la paura dello scambio, rassicurano e,  allo stesso tempo, pongono le premesse per essere violate. Mi gusto il sapore provocatorio di questo pensiero da un piccolo paese del sud: in epoca di globalizzazione, se vogliamo veramente favorire gli scambi, bisogna consolidare l’importanza delle frontiere!
Qualche volta, accanto a C., ho visto seduta l’anziana madre, N., una esistenza originalmente composta e scomposta  tra energica vitalità, fatica e  imprecazioni, che mi ricorda certi ritratti cubisti di Picasso: realistici, crudi,  profondamente solidali con la  complessità dell’uomo, mai definitivamente pacificata in tutti noi. N. si era evidentemente accorta di quel rituale tra me e il figlio e quando passavo la vedevo seguire i nostri  scambi di saluto, rimanendo con la bocca sdentata semiaperta, forse stupita, incuriosita, ma senza riuscire a dir nulla. In effetti, avevo l’impressione che in alcuni giorni madre e figlio, oltre a  parlare tra loro, confabulassero ciascuno con se stesso, seduti fedelmente accanto, ma in orbite parallele. Altre volte, dal mio studio poco distante, sentivo N. che lanciava urla disperate e arrabbiate, per quel figlio che non trovava, ma che in realtà non si era mai mosso oltre cento metri dalla frontiera.
Ricordo un episodio accaduto qualche tempo fa: N,  usava andare di  domenica in Chiesa alla prima messa, forse, come molti di noi, per pregare il Signore misericordioso, per Grazia ricevuta,  per chiedere perdono, per essere amata. Quella mattina, ad un certo punto, si era alzata allarmata dal suo posto, nel primo scranno, diffondendo un’ imbarazzante distrazione nei fedeli concentrati sulla predica. Provando inutilmente a farsi intendere,  si era fiondata sui piccoli ceri davanti al Santo e aveva provato a realizzare qualcosa…spegnerli accenderli…, non si capiva bene, ma la faccenda sembrava avere per lei un’importanza tale da non poter essere rimandata. Ci vollero un paio di richiami eccessivamente compassionevoli di alcune donne e quello perentorio ed aulico del prete per indurla a sedersi. Ma N. restò con gli occhi accesi dalle fiammelle e, a messa finalmente finita,  la vidi spegnere ad uno ad uno quei ceri e con essi la propria agitazione. Mentre la gente usciva, notai che  borbottava qualcosa, sorridendo, ad un’ultima premurosa donnina, come per scusarsi, ma soddisfatta di aver  portato a compimento quel suo misterioso pensiero. Azzardai, già peccando di sarcasmo, che in cuor suo ci avesse voluto salvare tutti dalle fiamme: noi, lei e il Santo.
Qualche giorno fa, l’aria di Telese si era fatta già più intensamente sulfurea, come tipicamente accade con l’arrivo del caldo o in clima di elezioni, e stavo andando allo studio in bicicletta. Ho visto C. da solo. Ha sollevato la mano in segno di saluto, e non ho potuto non notare  che per la prima volta aveva sbagliato il nostro rituale. “Probabilmente non sta bene” ho pensato. Ero in ritardo, ma mi ero ripromessa di verificare che al ritorno tutto fosse tornato a posto. Così non è stato. Di sera l’ho visto in piedi, davanti alla sua abitazione. Aveva un berretto nero come quello di Corto maltese, l’avventuroso lupo di mare, mai fermo troppo a lungo in nessun porto. Sono abituata a percepire i dettagli importanti, spesso rappresentano la soglia di una trasformazione in atto. Forse, ho pensato, C.  comincia a sentirsi più adulto, un uomo pronto a varcare il confine dei cento metri dalla madre.
Non ho avuto il tempo di finire il mio pensiero che l’ho visto: il manifesto a lutto di N.  mi è pesato sull’anima come piombo. Mi sono limitata a ricambiare il saluto di C . alzando la mano, perché in effetti sentivo anche io, di nuovo, un freddo invernale.
Per ora non c’è più quella singolare frontiera.
 Scrive Franco Arminio in Geografia commossa dell’Italia interna che se il luogo finale è la morte “fin quando siamo vivi è solo una questione di bordi, di orli, di confine” o, aggiungerei, …di frontiere.
 Ciao a N. e a C.

FILOMENA RITA  DI MEZZA


lunedì 9 marzo 2015

CON UN PIZZICO DI ACIDITA’…

Per favore, lasciateci mangiare in pace!



Un tempo si diceva: “quando si mangia, si combatte con la morte!”. La presenza della Signora con la falce tra i commensali se da una parte creava una certa apprensione, irrigidendo inopportunamente l’atmosfera, dall’altra garantiva quel minimo di attenzione per alcune regole di base, utili per gustare in santa pace un pranzo, prima tra tutte: quando si mangia, non si parla. Ovvero una bocca, quella per mangiare, scaccia l’altra, quella per parlare. Il monito era rivolto ai convitati, ma solo perché, in un tempo ormai lontano, chi preparava e serviva i cibi aveva “il buongusto” di tacere sulla propria opera, evitando insopportabili sproloqui sulla sostanza e improbabili descrizioni di estetica che oggi ci tocca ingurgitare: “coscia di tacchino adagiata su un letto di cavoli”, “foglia di insalata di vattelappesca, interpretata con un guizzo d’aglio, abbinata ad un vinello nostrano di media persistenza gusto-olfattiva” e, addirittura, “gola di suino con elisìr tonificante al limone”, che già te lo vedi, il povero maiale,  che deve sopportare di morire sottoposto ad una raffinata toilette. E vi assicuro che tali affermazioni, tratte da famosi, spettacolari programmi di cucina, imperversano anche in ristoranti nostrani! Ma vi prego: smettetela! Qualunque piatto ci venga servito, fosse anche un cestino di pane, è accompagnato da un insostenibile corredo di parole. Provi a lanciare un’occhiata (appunto muta) benevola, per indurre l’altro a lasciarti almeno il pane senza andare oltre, ma, niente da fare!,  dovrai ascoltare il povero cameriere, che un tempo si distingueva proprio per la capacità di discrezione, declamare a memoria la composizione del piatto. Se si è fortunati, si eviteranno di avere a tavola direttamente il cuoco o il proprietario del ristorante, che hanno dalla loro l’aggravante del narcisismo nel raccontarti ciò che staresti, bontà loro, per mangiare. Già perseguitati in tutte le salse, è il caso di dire, dalla pantomima del cucinare fatta da Masterchef e dai suoi cloni, non ci resta che rifugiarci in qualche posticino dove chi ci ospita sappia tenere la bocca chiusa,  perché la vorremmo aprire noi, per mangiare! e  dove, ma ora vado davvero per il sottile, sia gentilmente suggerito di evitare, se possibile, di fotografare il cibo come ornamento della propria faccia da mettere su facebook (il maiale di cui sopra vorrebbe sicuramente che la sua fine ingloriosa fosse molto riservata!).
Filomena Rita Di Mezza

http://menadimezza66.blogspot.it/

venerdì 26 dicembre 2014



"...dormire e sognare, sognare fino a vivere..."
Nathalie Fiorillo


Auguri di Buon Natale


da
Playlife

lunedì 27 ottobre 2014




“Dammi al vento perché mi porti via.”

Nominerò solo una volta Reyhaneh Jabbari, impiccata a 26 anni per aver ucciso il suo stupratore. Per saperne di più, basta leggere tra gli innumerevoli orrori di questi ultimi giorni e si capirà che non c’è più molto da capire.  Capire, ormai, abbiamo capito abbastanza. E molte persone sanno andare coerentemente oltre, come le coraggiose ragazze di Teheran che stanno protestando contro tali orrori, nonostante gli attacchi con l’acido alla loro Bellezza.  La frase “Dammi al vento perché mi porti via” è un’invocazione straziante della giovane alla madre, chissà, mi sono detta, forse per il timore che a quel poco di sé che resterà in terra,  non siano inflitte ancora insopportabili sconcezze e intollerabili umiliazioni.
Vorrei saper nominare, invece, in un’eco infinita la parola “madre”, perché risuoni come un tuono impietoso in tutte noi, mamme, quando non sappiamo proteggere la femminilità, non da alcuni uomini ottusi e brutali e dalle loro leggi corrispondenti, ma dalla nostra ottusità e brutalità verso noi stesse, quando rinneghiamo il potere e la fragilità che ci rendono femminili: siamo portatrici della possibilità di dare la vita, spingendola al mondo col parto,  ma anche di dare la morte, esattamente nello stesso atto, a future donne e uomini. Rinnoviamo la sacralità e la complessità di questo ruolo, inscritto nel corpo, ogni qualvolta ci assumiamo la responsabilità di far nascere, non solo con il parto, ma con la nostra presenza vitale, donne e uomini più rispettosi della reciproca Bellezza. Rinnoviamo la sacralità e la complessità di questo ruolo ogni qualvolta ci si accapponerà la pelle, perché il vento che spira sarà un vento di morte invocato da una giovane donna che non abbiamo saputo proteggere. Noi, mamme.

Filomena Rita Di Mezza



lunedì 1 settembre 2014

OGNI MATTINA A JENIN



OGNI MATTINA A JENIN
 “Ho sempre trovato difficile non commuovermi alla vista di Gerusalemme, anche quando la odiavo – e Dio sa quanto l’ho odiata, per il suo immenso costo di vite umane. Ma la sua visione, da lontano o da dentro il labirinto delle mura, mi trasmette sempre un senso di dolcezza. Ogni centimetro di questa città racchiude i segreti di civiltà antiche, le cui morti e tradizioni sono impresse nelle sue viscere e nelle macerie che la circondano. I glorificati e i condannati hanno lasciato le loro impronte sulla sabbia. E’ stata conquistata, distrutta e ricostruita così tante volte che le pietre sembrano possedere una vita donata loro dagli eterni bilanci di preghiere e sangue. Eppure, in qualche modo, Gerusalemme trasmette umiltà.”
Ho letto Ogni mattina a Jenin, di Susan Abulhawa, in questo mese di agosto, mentre si rinnovava, imperterrita e insolubile, la guerra nella striscia di Gaza e, ancora una volta ho pensato che la forza della cultura rimane una grande, potente arma contro la distruttività insita nella natura dell’uomo. Grazie   alle  magnifiche pagine  di un libro possiamo sollevarci anche solo una spanna, ma è già un miracolo, dalla bestiale atrocità dell’agire umano quando diventa solo disperazione, terreno di coltura della pulsione di morte, non solo all’esterno, tra i corpi martoriati di madri incinte e dei loro bambini ancora dentro, ma anche all’interno, il che è peggio, perché è lì che si concepisce la gestazione dell’odio, togliendo ogni voce e respiro e movimento all’amore.
Il libro racconta in modo estremamente coinvolgente e intenso, con dense pennellate di realismo, l’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi di una famiglia palestinese dal 1948 ai nostri giorni. La storia della Palestina si intreccia con le vicende famigliari attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. Una storia che, a mio avviso, si riannoda ormai, sia da parte dei palestinesi che degli israeliani, sulla necrofilia, cioè su una erotizzazione perversa della morte, più che sulla necessità di dare spazio e sviluppo alla propria vita. Voglio dire che  si uccide, ci si uccide, palestinesi ed israeliani, perché la spinta a distruggere ha preso il sopravvento sulla spinta al legame, che per definizione è spinta vitale, in quanto è presupposto per ogni creazione. In un contesto dove prevale l’annientamento, la mente può finire per convincersi che brandelli umani, sofferenza, soprusi siano gli unici oggetti della realtà ed è su di essi che si concentra ogni investimento di pensiero, di movimento, di desiderio. Sì, in condizioni estreme di dolore e rabbia, la meta vitale  può diventare, perversamente, la morte.       
(Ovviamente, questa mia considerazione ha ben presente l’importanza, nell’ interminabile guerra fra israeliani e palestinesi, del fanatismo religioso e dei neanche tanto oscuri interessi economici e politici internazionali che sono, da sempre,  parte integrante di questa tragedia).
Le prossime righe  sono scritte dalla Abulhawa,  palestinese, ma potrebbero essere scritte ugualmente da un israeliano e a riprova le farò seguire da uno stralcio di intervista a Luciana Nissim Momigliano, psicoanalista ebrea arrestata come partigiana e deportata nel 1943 in un campo di sterminio. Quando si raggiungono livelli di dolore e rabbia profondissimi, le differenze si annullano, siamo tutti uguali!  d’altronde, pensavo, trovo davvero cinica la mente umana se consideriamo che gli ebrei, che sono stati orribilmente oggetto di sterminio, ora compiono stermini nei campi profughi: dov’è la differenza tra vittima e carnefice? Rispetto a certe barbarie,  le motivazioni storiche, sociali, economiche, diventano secondarie, orpelli di una sete di distruttività che ottusamente persegue la propria meta finale di annientamento, appiattendo ogni differenza, ogni possibilità  persino di scontro: perché certe guerre non sono più neanche uno scontro.
“La sopportazione diventò una caratteristica distintiva della comunità dei profughi. Ma il prezzo che pagarono fu l’annientamento della loro dolce vulnerabilità…Non fargli mai capire che ti hanno ferito, fu il loro credo. Ma il cuore non è insensibile. A volte il dolore affiorava camuffato da gioia. A volte era difficile capire la differenza. Per le generazioni nate nei campi profughi , il dolore trovava quiete in un letto di necrofilia. La morte somigliava alla vita e la vita alla morte…potrei spiegarlo, ma romperebbe/la copertura di vetro sul tuo cuore, / e sarebbe irreparabile.”
“Come dice Primo, non si parla di quello che succede alla gente che il giorno dopo va a morire, ma…c’era uno  che faceva così con la mano-ripete il gesto-decideva chi doveva vivere e chi morire. Più tardi, in una notte di tregenda, una ragazza venne a dirci che le altre che erano arrivate con noi erano andate in gas. E io: ma che dici, sei pazza! andare in gas, un’umanità che si dissolve in nulla…fu in questo modo che cominciai a crederci”
La forza della cultura di cui provo a parlare si sprigiona quando, grazie ad un libro, al di là dei dati anagrafici, riusciamo a  immedesimarci nell’altro, nello straniero, nel nemico, e a riconoscerci: siamo tutti uguali. Ognuno di noi ha dentro le contraddizioni di Gerusalemme, ma se qualcuno ci coinvolge a pensarle, a ragionare, a sentirle, si rinforza una capacità ben descritta da Italo Calvino quando scrive “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare, e dargli spazio”.
E così, nel letto di necrofilia di un campo profughi ho letto alcune tra le più belle righe dedicate alla vita e all’amore e alla speranza, come il nome della protagonista, Amal, che in arabo, con la vocale lunga, significa anche speranza…figlia di una beduina con le cavigliere d’oro che tintinnano e che fa la levatrice…
“Presi la mia nipotina con grande attenzione e con il cuore che entrava in punta di piedi in quella casa d’amore. La sua boccuccia si aprì in un lieve sbadiglio e mi avvicinai per bere il suo profumo. Non c’è niente di più puro, è come se una parte di dio vivesse nel debole respiro di un neonato”
“Tu, mia cara, sei il battito del mio cuore.”
“”Amava oltre misura” dissi. Questa affermazione mi uscì dalle labbra spontaneamente, come succede alla verità una volta che è riconosciuta…mia madre amava illimitatamente nella distanza e nell’isolamento della sua solitudine, al sicuro dalle tragiche piogge del suo destino”
“Perché non avrò tenuto fede alle mie promesse, ma terrò fede alla mia umanità”.

F.R. Di Mezza

P.S. guardate questa foto di Mirella Riccardi, a cui avevamo dedicato un post l'anno scorso...


...siamo tutti uguali!

sabato 30 agosto 2014

Città...da scoprire


Ho selezionato alcune foto scattate in una famosa città,
evitando  quelle che ritraggono monumenti famosi, tranne le ultime due del post.
Una città...multiforme...










  









foto di L. Fiorillo

sabato 9 agosto 2014

Lisbona

Rubrica di viaggi, immagini e libri.
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"Per il viaggiatore che arriva dal mare,
 Lisbona,
 anche da lontano,
 si erge come un'affascinante visione di sogno, 
contro l'azzurro del cielo
 che il sole colora del suo oro."
Pessoa



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"La solitudine non è essere da soli,
la solitudine è non essere capaci di fare compagnia 
a qualcuno o a qualcosa
che sta dentro di noi"
J. Saramago


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"Fintanto che taciamo le domande
manteniamo l'illusione
di poter venire a sapere le risposte"
Saramago



"La vita non è in ordine alfabetico
come credete voi.
Appare...un po' qua un po' là"
A. Tabucchi

foto di Lucio Fiorillo

martedì 5 agosto 2014

"I viaggi sono i viaggiatori"
F. Pessoa




...e allora questo è il mio viaggio oggi, 5 agosto 






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Ho viaggiato tra le foto di L. Fiorillo
a:
Bocca della Selva innevata
Castelluccio di Norcia in luglio
Museo Archeologico di Napoli
 Museo della Musica a Bologna